© Collezione le Ortensie di Bagno di Romagna.
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Le navi tornano cariche di meraviglie, i porti profumano di spezie mai sentite e nelle città più vivaci nascono mercati e mostre dove piante esotiche vengono esibite come trofei.
Il collezionismo e il giardinaggio diventano il nuovo lusso, simboli di raffinatezza e motori di una nuova cultura sebbene ancora appannaggio di pochi.
Le radici dell’Hydrangea macrophylla e della sua specie più affine la H.serrata, affondano dalla notte dei tempi nei territori della Cina orientale, nella penisola di Corea e soprattutto in Giappone.
È nella penisola di Izu, sull’isola di Honshū, che si trova ancora oggi l’area a più alta densità di speciazione del genere. Un patrimonio botanico straordinario, custodito per secoli da un paese che in quel momento non aveva nessuna intenzione di aprirsi a chicchessia.
Infatti mentre l'Europa esplorava il mondo con curiosità inesauribile, dall'altra parte del globo il Giappone faceva esattamente il contrario.
Nel 1639, periodo Edo, il Giappone stabilì il sakoku (letteralmente “paese blindato”), una politica di autarchia e ferreo isolamento dal resto del mondo.
Tra il 1641 e il 1853 solo alla Compagnia Olandese delle Indie Orientali (VOC) venne concesso dallo shogunato di operare in regime di monopolio, affidandole l'esclusiva dell’interscambio commerciale col Giappone.
Una piccola isola artificiale nella baia di Nagasaki, meno di un ettaro di superficie, costruita appositamente per contenere e controllare la presenza straniera. Uffici, abitazioni e magazzini per non più di venti persone. Un mondo a sé, separato dalla terraferma da un unico ponte presidiato.
Ma un ponte, per quanto sorvegliato, collega sempre due sponde.
E lungo quel sottile passaggio, per due secoli, scorsero in entrambe le direzioni saperi, strumenti e meraviglie perché, si sa, la curiosità non conosce confini!

paravento di Kawahara Keiga 1836 (circa)
Museum Volkenkunde Leida
vista di Dejima nella baia di Nagasaki
Creative Commons CC BY-SA 4.0
Gli Olandesi, confinati sull'isola e impossibilitati a muoversi liberamente, si affidavano a commercianti, traduttori e aiutanti locali per gli approvvigionamenti e ogni altra necessità. Un rete di relazioni umane che, giorno dopo giorno, tesseva fili invisibili tra due mondi solo apparentemente alieni.
Naturalmente non poteva mancare la figura del medico che, seppur sottoposto come tutti alle rigide regole di controllo e confinamento, godeva di una qualche libertà di movimento fuori dalla base. Questi medici-naturalisti seppero trasformare il limite in opportunità, affidandosi ai contatti locali per raccogliere esemplari della fauna e flora indigene. Foglie, fiori e frutti mai visti prima prendevano forma nei loro appunti, trasformandosi lentamente in patrimonio spendibile in Europa.
Non era solo curiosità scientifica a muoverli, però.
Dietro la raccolta di piante alimentari e medicinali si celava anche una logica commerciale ben precisa, quella di individuare specie coltivabili e diffonderle nei territori coloniali meno condizionati da vincoli politico-economici.
Classico è il caso della Camellia sinensis, la pianta del tè, che fu introdotta in Indonesia ed ebbe successo come coltura industriale solo in virtù dei semi trasferiti dal Giappone.
Esempio eloquente di come scienza e interesse economico procedessero, in quell'epoca ma non solo, sempre a braccetto.
Tra i medici che si succedettero a Dejima, taluni lasciarono tracce ben più profonde di una semplice firma nei registri della Compagnia! Alcuni di loro occupano un posto importante nella storia delle scoperte botaniche e, in particolare, dell’ortensia.
Nel ‘600, troviamo il medico naturalista Andreas Cleyer (residente dal 1682 al 1684 e dall’1685 al 1687) che portò con sé un giardiniere dal nome poco noto ma dallo sguardo attentissimo
poi, sul finire del secolo,
Engelbert Kaempfer (1690-1692)
che trasformò quella piccola isola in una finestra sul mondo vegetale giapponese, realizzando la descrizione botanica più completa mai scritta prima da un europeo.

vista dall'alto di Deijma
di Kawahara Keiga - tra il 1833 e 1836 - seta
Rijksmuseum - Amsterdam